La memoria nel fuoco. Le mummie dei re e la cella di San Tommaso a San Domenico

Era la notte tra il 21 e 22 dicembre del 1506. Si respirava aria di festa a San Domenico Maggiore. La maestosa navata centrale era scandita da centinaia e centinaia di candele le cui fiammelle traballanti accompagnavano lo sguardo del fedele  fin sopra l’altare maggiore. Qui l’occhio si perdeva tra i colori sfavillanti e le magnifiche decorazioni delle stoffe, sistemate li con gran cura in occasione delle imminenti celebrazioni natalizie: arazzi, coltri e tappeti si univano ai monumentali baldacchini di velluto rosso, sotto i quali facevano splendida mostra le arche dei re d’Aragona, custodi di legno di quelle illustri spoglie mortali.

Fu un attimo. Bastarono pochi secondi perché tanto splendore fosse divorato dal fuoco. San Domenico perse  l’altare, gran parte della zona absidale, le ricche e preziose decorazioni. Il destino volle che si salvassero, anche se fortemente danneggiate, le tombe dei re.

Per evitare che il fuoco  potesse avere una nuova occasione, si decise di trasferire le arche nella attigua Sagrestia. Ai Reali si aggiunsero poi i nobili; gli eleganti bauli  lignei aumentarono di anno in anno e la sagrestia finì col diventare un cimitero: il cimitero degli uomini illustri. Sono forse finiti qui gli sfortunati amanti Maria d’Avalos e Fabrizio Carafa? Le spoglie scomparse di Vittoria Colonna sono in Sagrestia accanto all’Arca di Francesco Ferrante?

Nella settecentesca Sala del Tesoro si conserva oggi una collezione di abiti rinascimentali unica al mondo: coltri ricamate, splendidi abiti come la gamurra (una portentosa gonna di 4 metri) appartenuta alla duchessa di Milano Isabella d’Aragona e l’alta uniforme di colui che mutó il destino del Regno dell’imperatore Carlo V: è Francesco Ferrante d’Avalos marito della poetessa Vittoria Colonna. Dal fondo della parete occhieggia l’enigmatico Salvator Mundi di un allievo di Leonardo da Vinci, cosa ci fa un leonardesco in città?

Tempio della cultura il convento di San Domenico, sede della Facoltà di Teologia dal 1272: le sue sale universitarie riecheggeranno delle parole di San Tommaso d’Aquino, il giovanissimo frate, padre della tomistica, che decise di mettere da parte il latino della teologia e di parlare al popolo napoletano in volgare, in modo che tutti potessero comprendere.

Eppure “parole di paglia furono quelle che Tommaso pensò di aver dedicato a Dio, dopo una vita intera trascorsa a scrivere di Lui. Una paglia destinata invece a bruciare simile ad inesauribile lava ardente, come la passione che da sempre aveva mosso la sua fede. Fu il  prodigioso Crocifisso,  custodito ancora oggi nella cella che il Santo abitò nel convento, a porre fine a quel tormento, con le note parole: “Hai scritto bene di me Tommaso, cosa desideri?” .

Il fuoco che crea, il fuoco che distrugge. E’ scritta nel fuoco la storia del convento piu dotto della città di Napoli, in cui sono racchiusi  da sempre secoli di storia e di storie.

COSA VEDREMO: Piazza San Domenico Maggiore, Chiesa di San Michele Arcangelo a Morfisa, Sagrestia del’700 di San Domenico Maggiore con le tombe contenenti le mummie dei sovrani aragonesi, Sala degli Arredi col tesoro di San Domenico e gli abiti del ‘500 tolti alle mummie delle arche, + visita al convento dei frati domenicani fino alla cella dove San Tommaso visse tra il 1272 e il 1274.

Domenica 17 marzo ore 10.15

Appuntamento: Piazza San Domenico Maggiore, nei pressi dell’obelisco, ore 10.15

Guida: Pamela

Quota sociale: 8 euro+ 5 euro biglietto di ingresso al percorso museale DOMA (ridotto per i soci locus iste)

Durata: 120 minuti

Il tempo stabilito per l’accoglienza e le pratiche associative è di 15 minuti. L’itinerario avrà inizio tassativamente subito dopo, grazie a tutti i soci per la collaborazione alla buona riuscita delle attività.

NOTA BENE: Le visite sono dedicate ESCLUSIVAMENTE AI SOCI LOCUS ISTE.

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COME PRENOTARSI ALLE VISITE?

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