Connubio d’incanto e realtà: l’ospedale delle bambole.

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Napoli è forse una delle città più “raccontate” al mondo e di essa, nei secoli, è stato detto moltissimo, talvolta anche troppo, eppure si avrà sempre l’impressione che non se ne sia detto abbastanza, o comunque non tutto.

Questo perché guardare Napoli che si dirama e ti “mangia”, ti incorpora nei suoi vicoletti, nei quali è semplice e incantevole perdersi, è come porre uno specchio rotto sotto il sole e osservarlo. Stare a guardarlo affascina, e acceca anche, e sulle sue schegge più o meno grosse, e tutte taglienti, si infrangono e rifrangono i raggi solari e ne partono infiniti fasci luminosi che cambiano e compiono molteplici giochi di luce sempre diversi, a seconda della prospettiva dalla quale si osserva. Basterà allora spostarsi di un grado, di un passo e i cocci della Napoli specchio rifulgeranno di sempre nuovi colori, mai visti, unici e transeunti come lo spazio di un irripetibile e inafferrabile istante. Ecco perché le metafore hanno prolificato nei secoli. E abbiamo sentito parlare di Napoli mamma, Napoli come un bambino capriccioso o un furbo scugnizzo, donna affascinante e traditrice, amica, nemico, mostro, stupore … Napoli bella,Napoli intensa e Napoli triste, sporca, violenta.

Allora vorrei unirmi, con una mia personale metafora, all’interminabile coro di chi ha provato a dipingere, fissandolo nelle parole di una definizione, il ritratto di questa città Diamante, luminosa ma aguzza, con le sue innumerevoli sfaccettature che brillano sì ma che allo stesso tempo gettano ombra su quella immediatamente adiacente.

Ma Napoli non si guarda soltanto, il suo incanto riempie gli occhi per primi, ciò è vero ma in Napoli ci si immerge, Napoli non si visita e basta, Napoli la si sente.

E la si sente con tutti e cinque i sensi al contempo, ecco perché fotografarla non può che sembrare riduttivo; Napoli non è solo immagine e basta: il turista che passeggia lungo le spaccature di questo specchio rotto che si aprono a percorsi inaspettati e infiniti, non ha solo voglia di conservarne l’immagine, vorrebbe “catturarla”, portarne a casa un pezzetto per cercare di rendere il ricordo che ne custodirà per sempre. Il souvenir ideale dovrebbe contenere il profumo, i sapori, le voci, le grida, il baccano e i sorrisi, gli atteggiamenti e le gestualità, il dialetto di strada, i proverbi, la musica, i colori, l’estro dell’arte e la millenaria cultura.

Ecco dunque che pensando a Napoli mi piace paragonarla ad uno di quegli antichi armadioni (‘o stipo) che faceva da custodia ai vestiti come alle riserve alimentari, o ai risparmi e ai valori di casa. ‘O stipo con le sue porte grosse e pesanti che contengono altre porte e cassetti  e spazietti segreti e altri ancora, l’un dentro l’altro, ciascuno contenente qualcosa che si ritiene prezioso, o comunque portatore di un valore che lo elevi a “cosa da conservare” o gelosamente custodire o celare.

Un’armadione nato dalla mano di un abile maestro artigiano, che porta nelle sue linee e nei suoi incastri la sapienza dell’artistica mano e contiene tutto quanto, in un modo o nell’altro, può rappresentare una storia, un’identità … la vita.

E in uno di quei cassettini nascosti, lungo un vicoletto famoso un po’ in tutto il mondo per la maestria dell’artigianato napoletano che prende corpo nelle celebri statuine dell’arte presepiale, si cela un luogo, piccolo e per questo più caldo, accogliente, “familiare” gioiellino testimone della poeticità dell’arte napoletana.

In Via S.Biagio dei Librai, opposto ad un negozio di articoli dal mondo che testimonia la contemporanea e ormai “quotidiana” multietnicità e modernità di Napoli, proprio di fronte, in un antico portone, la storia reclama e ricorda la sua permanenza e sopravvivenza pur nella Napoli caotica, multietnica, al passo coi tempi.

L’armadione così pone l’una di fronte all’altra due facce del medesimo interno: il nuovo e l’antico … la merce appena giunta sul mercato con le novità dell’ultima moda trova posto di fronte al cassettino che custodisce gli antichi gioielli di famiglia.

Nato nel 1800 si potrebbe dire quasi per caso come racconta la storia delle origini del luogo, su una scaletta che sembra far accedere direttamente nel mondo fiabesco, sopravvive, su iniziativa e lavoro di una discendente del suo primo fondatore, “l’ospedale delle bambole”.

Già il nome è loquace accostamento di due aspetti della vita reale che solo il genio artistico napoletano poteva accoppiare in un connubio poetico e fantastico per crearne un luogo in cui dimorano gli oggetti di un tempo e le creazioni dell’oggi, ai quali le mani di giovani “dottoresse delle bambole” restituiscono o donano vita.

La tristezza che può derivare dalla parola “ospedale” si unisce alla gioiosa idea della spensierata infanzia a cui una bambola per definizione rimanda.

L’ospedale delle bambole così diventa a sua volta metafora in una metafora.

Un luogo insolito, curioso, incantevole in cui si viene accolti da fiori di stoffa alla ringhiera, bambole di pezza penzolanti e dal calore e dal sorriso tutto napoletano delle responsabili che portano traccia della cortese ospitalità della Napoli più generosa ed autentica.

In uno di quei vicoletti tutto arte, profumi, vocii e attrazioni in cui ancora sopravvivono le antiche e tipiche abitudini e in cui al dialetto si sovrappongono i discorsi di giovani studenti e accenti dal mondo, in quelle stradine in cui ci si dà appuntamento per l’immancabile caffè che suggella ogni “incontro amicale”, se si vuole scrutare il contenuto di ogni più piccolo cassetto di questa antica e maestosa dispensa che Napoli è, non si può non far tappa all’ospedale delle bambole, in cui potrete ammirare cornici che diventano nicchie per ospitare ritratti tridimensionali di ogni tempo e valore, un luogo concreto dove, come per incanto, l’invenzione del geniale Luigi Grassi diede il via fin dall’800 alla danza di realtà e fantasia in un’atmosfera di imperdibile incanto.

Luisa De Vita

http://www.ospedaledellebambole.it/

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