POLEMOS

10177129_10202881221024441_513965226_oCuma estende il suo dominio nel golfo.Siamo nel VI secolo,sul monte Echia Partenope sviluppa il suo abitato,arrivano altri coloni da Cuma. Tra Megaride ed il monte Echia si sviluppa una sorta di cittadella fortificata,molto ben difendibile tra il mare e un fiume. Quel mare,il Tirreno meridionale era divenuto ormai da tempo un luogo di incontro di varie civiltà più o meno progredite. Il grano,i metalli,il sale,l’ambra,i tessuti,il vasellame di diversa origine,tutto passava di lì. I Fenici da tempo immemorabile battevano quelle rotte,avevano colonie in Nordafrica, Sicilia,Sardegna e penisola iberica ma in realtà per i nuovi coloni greci questi non avrebbero mai costituito una vera minaccia. Per secoli i Puni non avrebbero mostrato mire espansionistiche sull’Italia peninsulare,preferendo battere le rotte più meridionali. La vera minaccia era quella che da tempo avevano individuato,gli Etruschi. Li temevano molto i greci,li temevano perché erano progrediti quanto loro,li temevano perché erano abili naviganti almeno quanto loro e soprattutto li temevano perché erano pirati senza scrupoli. La presenza greca non aveva loro permesso di estendere il dominio sulla costa campana da sempre agognata,per questo si erano impadroniti di alcuni centri italici del basso Lazio e della Campania interna. Da Capua,Nola,Pompei,Nocera e Pontecagnano la loro presenza incombeva sulle città greche della costa come una sorta di tenaglia. In questo quadro si inserisce la fondazione di una nuova colonia greca nel golfo. Da Samo,una piccola isola dell’Egeo orientale arrivano molti fuggiaschi,fuggono dalla tirannide di Policrate,chiedono permesso a Cuma di insediarsi anch’essi sulla costa. Sono tanti uomini,sono giovani,parlano la stessa lingua,sono Greci. Cuma accetta di buon grado. Nasce Dicearchia cioè “Città della Giustizia” proprio in contrapposizione all’ingiusto governo del tiranno di Samo. Dalla colonia achea di Sibari nello Ionio arrivano altri uomini sulle coste campane,viene fondata Posidonia che fronteggia gli Etruschi di Pontecagnano. Questa contrapposizione genera una situazione che per alcuni decenni rimane militarmente statica. Le reciproche sfere di influenza vengono rispettate,anzi lo stretto contatto tra le due civiltà porterà a reciproche contaminazioni,dall’alfabeto alle produzioni artistiche. Ne sono testimonianza ad esempio le pitture greche della tomba del tuffatore a Posidonia. Sorge ancora in quegli anni il Santuario di Hera Argiva alla foce del Sele nel salernitano,estremo baluardo nella Campania meridionale all’espansione etrusca. La colonia di popolamento impone il controllo del territorio e l’espansione nello stesso a discapito delle popolazioni confinanti. L’espansione può avvenire in più modi,con l’arretramento dei confinanti,con la pacifica assimilazione o con la loro sottomissione. Guerra in poche parole. I Rasenna non sarebbero mai arretrati ne si sarebbero mai fatti assimilare, i Greci altrettanto. La situazione ormai era insostenibile. Cuma si preparava alla guerra.

Nel 524 gli Etruschi dai centri del basso Lazio, da Capua, da Nola scendono verso la costa in forze, un grande esercito attacca Cuma. Il dio Apollo osserva dall’alto della via Sacra. Gli abitanti stretti intorno a quei templi imponenti osservano e pregano. I Cumani riescono a portare lo scontro in una zona paludosa che circonda la città,conoscono bene il territorio. Gli opliti etruschi pesantemente armati si muovono con difficoltà,affondano nelle zone più umide che ignorano. La falange greca li attacca duramente. Lo scontro si protrae per tutto il giorno,cessa solo al tramonto quando i superstiti sono allo stremo delle forze. Cuma è salva, la sua civiltà è salva,gli invasori sono sconfitti,i superstiti fuggono. La battaglia di Cuma infine è vinta,ma è solo una battaglia. Gli Etruschi non arretrano sul territorio,non è ancora finita. Il conflitto mette in crisi la città vincitrice. Con la guerra erano morti molti esponenti dell’oligarchia dominante costituita dai cavalieri e dalle loro casate gentilizie. Ciò addirittura favorisce l’ascesa di un tiranno,Aristodèmos Malakòs, favorevole ad una alleanza con gli Etruschi. Finirà ucciso con tutta la sua famiglia vari anni appresso. Le dinamiche innescate da questi eventi porteranno ad un indebolimento demografico e militare di conseguenza. Nuove genti greche arriveranno a costituire un baluardo alla presenza etrusca. Sorge in Sicilia il nuovo astro di Siracusa che sarà presto protagonista nell’area del golfo cumano.

In quegli anni Partenope è solo un piccolo abitato arroccato sul Monte Echia,il controllo sul Golfo impone determinate scelte. E’ necessario estendere il controllo in maniera più capillare.Viene fondata Neapolis, arroccata su un alto colle a poca distanza da Partenope dalla quale la separa un piccolo fiume navigabile. Partenope non aveva la possibilità di estendere il suo abitato stretta com’era sulla sua rocca. Neapolis avrebbe invece avuto questa possibilità. C’erano tutte le premesse per lo sviluppo di un futuro centro importante,vicino com’era alle vie di comunicazione interne. Il vecchio abitato di Partenope prese il nome di Palepolis.

Frattanto nel corso del V secolo cominciano ad arrivare notizie preoccupanti dai centri etruschi costieri dell’Etruria e del basso Lazio, anche le città di Capua, Nola, Nocera, Pompei, Pontecagnano sono in fermento. Testimoni affermano di avere visto dozzine e dozzine di navi da guerra in navigazione verso il basso Tirreno,moltissime altre in costruzione. Si prepara la guerra e questa volta sarà una guerra realmente determinante per l’Italia antica. Si innescheranno dinamiche che porteranno a radicali cambiamenti politici e militari.

Questo momento viene vissuto con grande apprensione da tutti i greci italici,tutte le città dell’Italia meridionale sono in allarme. Da Sibari,Metaponto,Locri,Siracusa arrivano navi e rinforzi. La stessa Neapolis invia le sue navi e i suoi uomini. Tutta la grecità italica,la Megale Hellas è in pericolo,si teme la conquista etrusca. Cuma è mobilitata. Le porte dei grandi templi dell’Acropoli spalancate giorno e notte,si prega e si officiano sacrifici continui. Si interroga la Sibilla,i sacerdoti cercano di interpretare le sue parole. Si osserva l’orizzonte dalla via Sacra,i voli degli uccelli,i ruggiti del mare.

Zeus,Hera,Dèmetra,Apollo dalla parte di chi saranno? Grandi fuochi illuminano l’euboica rupe. I magnifici templi visibili dal mare per miglia e miglia. La gente comincia a lasciare l’abitato della città bassa,risalgono tutti verso l’area sacra. Tutti gli uomini abili sono già in armi. Lungo la costa affluiscono navi su navi verso la zona portuale antistante l’antica rupe. I grandi occhi dipinti sulle prue osservano il mare,le onde scoprono i grandi rostri di bronzo. All’alba di quel giorno del 474

a.C. un punto nero all’orizzonte,poi due,poi tre, poi ancora altri e altri ancora. Sono navi,innumerevoli. Sono arrivati. E’ giunto il momento atteso da sempre. Nella città bassa ormai non c’è più nessuno,sono tutti sull’acropoli. Le porte cittadine sono chiuse,i battenti inchiodati. Non saranno aperte per nessuna ragione,neanche ai superstiti. Cala il silenzio. A un tratto sale altissimo il rullo dei tamburi,suoni di sistri e di cembali. Il popolo di Cuma intona il suo canto di guerra e di speranza. Dalle navi nel porto i guerrieri e i marinai urlano feroci,si alzano in piedi battendo le armi sugli scudi,guardano la rocca. Dalle terrazze della rupe un fuoco rischiara le doriche colonne dei templi. Le fiamme illuminano un antico simulacro. E’ Ares Polemòs il dio della guerra. Intorno al dio gli uomini vedono le loro donne e i loro figli. Ora sono esseri feroci,sono pronti ad uccidere. L’orizzonte è ormai pieno di navi etrusche,si cominciano a scorgere i loro vessilli, a sentire il suono dei loro corni. I Cumani prendono il mare per primi,dietro di loro i siracusani con le loro navi armate col fuoco greco. Le vele al vento per guadagnare presto la posizione migliore. Il golfo ormai è un brulicare di imbarcazioni. Poche centinaia di metri allo scontro. Già si distinguono i volti dei nemici,le loro armi e i loro variopinti costumi orientali. Si tagliano le cime,le vele cadono in acqua,non servono più. La doppia fila di remi viene calata in mare,si procede a braccia. Ogni nave ha un suo obiettivo,si cerca di manovrare per non offrire il fianco ai rostri avversari. Le navi si sfiorano. Rumore di legno sfasciato,i remi si incrociano e si spaccano. Lanci di frecce e di lance.

I cumani conoscono bene il loro mare,i venti e le correnti,manovrano con perizia le loro navi,i rostri penetrano le fiancate di molte navi etrusche che affondano rapidamente.

Le navi siracusane affiancate alle navi nemiche usano lunghe canne di bronzo con le quali lanciano petrolio verso le navi avversarie. Frecce infuocate. Si levano le fiamme. E’ il fuoco greco. Le imbarcazione manovrano fino allo sfinimento dei rematori. Il panico comincia a diffondersi tra gli invasori. L’esito della battaglia sembra volgersi a favore di Cuma. Molte navi nemiche si dirigono verso terra cariche di soldati. Cercano di portare lo scontro sulla terraferma. Altrettante navi cumane li inseguono. Un cavaliere cumano, Eumeniòs,comanda una di queste navi. E’ un nobile. E’ giovane. Una folta barba nera lo rende un uomo fatto. I bianchissimi denti danno luce al suo volto. Ha una moglie e dei figli che lo aspettano e che pregano per lui. Ha un’intuizione,capisce le intenzioni dei nemici e li precede con i suoi uomini. Ha un solo pensiero in mente,la sua città,sua moglie e i suoi figli. La battaglia in mare infuria. Lo scontro si accende anche a terra. Eumeniòs combatte con furia. Nel campo di battaglia le urla dei guerrieri. Il rullare dei tamburi dall’Acropoli satura l’aria. Eumenios colpisce e colpisce ancora,non vede e non sente più nulla ormai. Nei suoi occhi solo la sua dolce città,sua moglie e i suoi figli. Viene colpito da un fendente al capo. Il grande elmo lo salva. E’ stordito ma indenne. Cade,si rialza. L’elmo piegato ormai lo impaccia,le lunghe piume colorate sul viso. Lo toglie e lo scaglia via. Anche una cinghia che lega il pettorale di bronzo allo schienale è strappata. Toglie anche questo. Ormai lotta nudo come gli eroi,puro come un eroe che non ha nulla da nascondere. I nemici in mare sono ormai nel panico,l’intervento siracusano si rivela determinante. Il fuoco greco un’arma per i nemici sconosciuta. Sono in rotta. I siracusani e i cumani li seguono,tagliano loro la strada,i rostri lanciati nelle chiglie fanno strage di navi. Cuma sta vincendo. Sulla terraferma gli invasori non vogliono cedere. La volontà greca di difendere la loro patria ha il sopravvento. Eumeniòs e i suoi soldati combattono davanti ai loro figli. Moltiplicano le forze. Respingono in mare chi voleva impadronirsi della loro città. Eumeniòs è felice,continua a combattere, sa che sta vincendo. Una fitta al fianco sinistro gli fa piegare le ginocchia,si rialza subito. Colpisce mortalmente il suo avversario. Non prova alcun dolore.Volge il capo verso le terrazze dell’acropoli,gli sembra di riconoscere sua moglie e i suoi figli. Cade supino fissando quel sole nero. Sul volto una specie di sorriso. Nella mano stringeva un pugno di terra.

Enzo Di Paoli

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