Devozione fujente

madonna arcoIl Lunedì in Albis di ogni anno, presso il Santuario della Madonna dell’Arco, a pochi chilometri da Napoli, accade qualcosa di incomprensibile ai più ma straordinario. Albeggia appena quando nella luce ancora incerta del mattino, cominciano a stagliarsi in lontananza delle ombre vestite di bianco. Avanzano in gruppo, a volte sotto una pioggia battente. Sono uomini, donne, bambini. Sul petto una fascia azzurra, simbolo della Madonna, ed una rossa ai fianchi, simbolo del sangue di Cristo.  I piedi scalzi massacrati dalle lunghe ore di cammino. Miracolati da una grazia, devoti per voto giunti alla sacra meta attendono in composto silenzio di poter rendere omaggio alla “mamma di tutte le mamme”. Stiamo parlando della Vergine S.S. dell’Arco e di tutti i fujenti che, ogni Lunedì in Albis, da secoli si recano in pellegrinaggio verso l’omonimo santuario per salutare questa potentissima e temibile madre da cui si sentono, per loro stessa ammissione, protetti e chiamati, e che a loro volta invocano e ringraziano per i miracoli ricevuti. Questo rito che vede la partecipazione di migliaia e migliaia di fedeli è legato al motivo dell’offesa, punita con la morte, arrecata al simulacro della Madonna da un giocatore di pallamaglio (odierno baseball). Si racconta che questi, proprio un Lunedì in Albis del 1500, furioso per aver sbagliato un tiro, avesse osato bestemmiare e colpire l’immagine della Vergine dipinta sotto l’arco di un acquedotto romano. Improvvisamente quell’immagine comincia a sanguinare e l’uomo resosi conto di aver compiuto un atto sacrilego, colto da un’irrefrenabile frenesia si mette a correre. Processato, viene impiccato ad un albero di tiglio che poco dopo si seccherà. Proprio sul luogo dell’accaduto, in seguito, sarebbe stata costruita una cappella destinata a divenire nel tempo l’attuale santuario domenicano. Questa l’origine di una pratica cultuale dai connotati fortemente popolari, che tuttora trova nel linguaggio del corpo la sua espressione devozionale più immediata e viscerale. A quella santa madre che, oltraggiata nel nome e nel volto, ha a sua volta ferito e punito (esemplare il castigo della caduta dei piedi inferto nel 1590 ad Aurelia Del Prete), viene data costante testimonianza di sottomissione, obbedienza e fede non soltanto con l’offerta di promesse e pegni votivi, ma anche attraverso il linguaggio corporeo. Pentirsi, per questi devoti, significa mortificare il proprio corpo costringendosi per voto a camminare scalzi. Partire in piena notte, portando in spalla pesanti tabernacoli e stendardi (segno di riconoscimento e provenienza delle diverse paranze). E dopo una lunga attesa, correre verso il santuario – da ciò il nome fujenti – entrarvi e procedere anche in ginocchio verso l’edicola della Madonna. Gli accorati canti di lode alla Vergine, le grida di dolore che fanno rabbrividire, il pianto misto a gioia che libera e purifica, sono il segno della rinascita spirituale verso una nuova vita. Un momento di passaggio e riconciliazione che si fonde e si confonde con un precedente rito di carattere precristiano. Quello celebrato nell’antichità in onore della dea della fertilità Cibele, il cui tempio sorgeva sulla stessa area dove più di cinque secoli fa venne fatto edificare il santuario intitolato a Maria S.S. dell’Arco. E il culto legato alla dea Cibele ancora oggi sopravvive nelle tammurriate che si tengono proprio fuori al santuario. Canti e danze di benvenuto alla primavera e all’inizio non solo di un nuovo ciclo stagionale ma anche liturgico-festivo che proseguirà con le feste della Madonna delle Galline, della Madonna del Carmine, della Madonna Assunta, della Madonna di Piedigrotta e della Madonna di Montevergine.

Laura Piccolo

Canto devozionale

Chi  è devoto sta Maronna ‘e ll’Arco
Sore’, tenitece ‘a fede
Chillo è nu bellu nomme
Sore’, ‘a Maronna

Maronn’ ‘e ll’Arco mia, Maronn’ ‘e ll’Arco
I’ so’ devoto a te anema e core
E si nun so’ sincero fa’ ca i’ moro
Maronn’ ‘e ll’Arco mia, Maronn’ ‘e ll’Arco

Ce sta na folla fino a sott’ ‘ a porta
‘Ncopp’ a ll’altare se ‘ncatasta ‘a gente
‘Nnant’ a stu quadro bello e commovente
Ce sta na folla fino a sott’‘ a porta

Chi pe’ ll’ammore e chi pe’ malatia
Te veneno ‘a pria’ ogni mumento
Oggi ca’ è ‘a festa toia famme sta ‘razzia
Miettece ‘a mana toia ‘ncopp’ ‘ a stu mmale

Chi è devoto sta Maronna ‘e ll’Arco
Sore’, tenitece  ‘a  fede
Chillo è nu bellu nomme
Sorell’, ‘a Maronna

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