‘O muccaturo ‘a Nunziata

fazzolettoFino a qualche secolo fa, nel cortile che ospitava il brefotrofio del complesso dell’Annunziata, si svolgeva una particolare cerimonia detta “del fazzoletto”. Forse l’unica maniera per le tante esposte che avevano trovato ricovero presso la trecentesca struttura, per sottrarsi ad una vita decisamente difficile e misera, contraendo un matrimonio che in realtà il più delle volte non riservava loro alcun risvolto positivo. Vi era l’usanza tra i giovani del quartiere della Vicaria di votarsi alla Vergine dell’Annunziata e prenderne in sposa una sua figliola, se fossero stati risanati da qualche infermità fisica o da qualche malattia, o fossero riusciti a tornare salvi dal fronte di un’azione militare. La fanciulla da chiedere in sposa poteva essere scelta proprio il 25 marzo in occasione della festa dell’Annunciazione del Signore,  solennità alla quale partecipava tutta la Casa della Nunziata. Era costume antichissimo radunare le alunne nel grande cortile della Casa e metterle in doppia fila per presentarle ai vari pretendenti che, per un voto fatto alla Madonna o anche solo per capriccio, avevano intenzione di sposarne una. Gli aspiranti consorti passavano in rassegna le fanciulle disposte su due file, e dopo averne scelta una gettavano un fazzoletto bianco alla ragazza prescelta che doveva raccoglierlo al volo per manifestare apertamente la propria adesione. Tuttavia la giovine designata, se il pretendente fosse stato troppo anziano o deforme, poteva anche rifiutare. In caso positivo, raccolto il fazzoletto la fanciulla usciva dalla fila e veniva condotta da una suora guardiana nel salone dell’Amministrazione insieme allo sposatore. Un impiegato avrebbe annotato le necessarie informazioni sulla condizione familiare ed economica dello sposatore,  e assegnato alla futura sposa la dote (in genere attinta dalle cospicue dotazioni fatte alla Casa). I due fidanzati scambiavano promessa di matrimonio potendosi rivedere solo nel giorno delle nozze, celebrate nella chiesa dell’Istituto. Dopo la celebrazione alla ragazza veniva tolto il merco di riconoscimento che portava al collo sin dal suo ingresso, da bambina, nella santa casa, e se esso risultava manomesso, la fanciulla perdeva il diritto a ricevere la dote. Soltanto in seguito, compiute le formalità di rito, le esposte potevano lasciare la casa. Il fazzoletto in questa singolare circostanza era stato utilizzato per veicolare una richiesta. Funzione che in realtà esso ha svolto spesso essendo stato utilizzato fin dall’antichità sia presso le culture occidentali che quelle orientali per chiedere o comandare qualcosa. Era lo stesso sultano a scegliere nell’harem la propria favorita per la notte lanciandole un fazzoletto. E ancora oggi nell’esecuzione della “pizzica”, una danza di corteggiamento tipica del sud Italia, un fazzoletto rosso viene simbolicamente donato dalla donna all’uomo da lei scelto. In tempi molto più remoti il fazzoletto era rettangolare, riservato ai dignitari d’alto rango, di lino e frangiato. Plutarco racconta che Cleopatra inviasse all’amato Antonio fazzoletti intrisi delle sue lacrime. Ne facevano uso i Greci, e i Romani ne avevano di due tipi: l’orarium, legato al polso sinistro serviva agli oratori per asciugare la bocca, il sudarium, legato alla cintura o al collo per detergere il sudore. Nel corso del Medioevo, nella liturgia ecclesiastica compaiono manipoli e purificatoi, un’evoluzione del fazzoletto romano, da usare per la Santa Messa. Un tempo ogni nobile corredo doveva annoverare decine di fazzoletti di seta, di cui la città di Genova fu grande produttrice. Dal Cinquecento il fazzoletto divenne un accessorio da esibire soprattutto durante i ricevimenti a corte. Si doveva tenere piegato in due tra le dita o nel palmo della mano per mostrarne ricami, bordature, pizzi, gemme. Cominciò a divenire talmente prezioso che nel XVII secolo si rese necessario cifrare i fazzoletti sì da ritrovarli più facilmente in caso di smarrimento o per distinguerli all’interno di una stessa famiglia. L’abitudine di fiutare tabacco impose la diffusione di fazzoletti colorati che ne nascondessero le macchie. La moda francese lo volle di forma quadrata, sempre più raffinato e lussuoso al punto da farne proibire l’uso in quanto considerato strumento di seduzione. Nella storia della letteratura inglese un fazzoletto segnerà la condanna a morte di Desdemona, uccisa nel proprio letto nuziale dall’ingiustificata gelosia del moro Otello. Con la Rivoluzione francese il fazzoletto passerà in secondo piano per tornare in auge nell’Ottocento, diventare di carattere commemorativo, essere menzionato dai giornali di moda che ne documentano le varie fogge suggerendo usi e tipologie secondo le diverse ore del giorno e della sera. Di fine batista, con merletti, monogrammi, da taschino, stondato, simbolo di eleganza, pegno d’amore, testimone di segreti (pare che Giuseppina Beauharnais, moglie di Napoleone, lo utilizzasse per coprire i denti malsani) sopravviverà con una certa fortuna alla concorrenza di ventagli, guanti, ombrellini e borsette almeno fino alla prima guerra mondiale, per poi andare lentamente a declinare. Al fazzoletto può essere fatto un nodo per ricordare qualcosa. Quello del fazzoletto è un gioco. Ma esso può anche simboleggiare un piccolo appezzamento di terra. Come quello cui si fa riferimento in un canto d’amore risalente al Duecento, assurto poi a canto di protesta contro la dominazione aragonese.

Canto delle lavandaie del Vomero

Tu m’aje prommiso quatto moccatora

oje moccatora, oje moccatora!

io so’ benuto se, io so’ benuto

se me lo vuo’ dare,

me lo vuo’ dare!

E si no quatto embe’, dammenne ddoje

oje moccatora, oje moccatora

chillo ch’è ‘ncuollo a tte nn’e’ rroba toja

me lo vuo’ dare

me lo vuo’ dare.

Laura Piccolo

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