In principio fu Cuma

cumaQualche decennio restarono sull’isola di Pithecusa i nuovi arrivati.Trovarono tracce di antichi abitanti ma soprattutto trovarono ciò che cercavano,un luogo protetto e al sicuro.Erano lontani dalla madre patria ma sapevano come muoversi,erano abili nel commercio e nel forgiare metalli,sapevano navigare,ma non bastava. Partirono per la sopravvivenza e per il commercio ma ben presto si accorsero che la loro colonia non poteva restare a lungo solamente un approdo commerciale,dove-va mutarsi in una colonia definitiva,una colonia di popolamento. Decisero di attraversare il breve tratto di mare che li separava dalla terraferma e si diressero verso il punto che ritenevano migliore.

Sbarcarono un po’ più a Nord,all’estremità del golfo. Erano già venuti in contatto con un popolo progredito almeno quanto loro,dedito ai commerci come loro ma già radicato nel territorio interno. Li temevano,ne avevano paura perchè sapevano che quella gente prima o poi avrebbe preteso uno sbocco sul mare,il controllo del golfo,erano i Rasenna,quelli che noi conosciamo col nome di Etruschi. L’approdo avvenne nel territorio dove sorgeva un antico abitato degli indigeni Opici. Sbarcarono i più giovani,i più fieri,i più coraggiosi,li guidavano due uomini di cui conosciamo ancora i nomi,Megastene ed Ippocle,anche loro venivano da Eubea e Calcide. Videro una colomba,sentirono suoni di cembali, erano i segnali degli dei,sbarcarono. Chiamarono il nuovo abitato Cuma come l’omonima Cuma euboica patria di Ippocle. Ora potevano controllare quel tratto di Golfo tra Pitecusa e la terraferma,potevano tentare di frenare l’avanzata verso il golfo dei Rasenna,ma non bastava ancora. Erano soli,erano quasi tutti uomini,si sarebbero presto estinti,dovevano creare delle cellule di popolamento altrimenti la colonia era perduta,senza futuro. Vennero in contatto con le popolazioni indigene,gli Opici,molto meno progrediti di loro,cominciarono a fare ciò che sapevano,commerciare. Avevano vasellame,stoffa e oggetti in metallo,gli indigeni avevano prodotti della terra e animali,fu facile trovare accordi. Ma i coloni non avevano donne,gli Opici sì invece, nacque la bramosia di possederle. Vi furono rapimenti,ai Greci non interessava solamente possedere quelle donne ma volevano delle mogli,delle compagne e quella fu l’unica soluzione. Vi fu un periodo di crisi con le popolazioni indigene, ci furono scontri, vendette e uccisioni, ma a chi conveniva quel sangue? A nessuno. Molte donne intanto,come spesso accade in questi casi si innamorarono dei loro rapitori. Si strinsero alleanze e si stabili una pace duratura, anzi gli Opici vennero pian piano assorbiti dalla nascente colonia. Cuma nasceva sotto i migliori auspici e Pitecusa a breve fu abbandonata. Con gli uomini viaggiano anche i miti,le leggende e gli dei,presto la nuova colonia sarebbe diventata famosa nel mondo antico,avrebbe ospitato uno dei culti oracolari più importanti,quello del dio Apollo. Avrebbe parlato per bocca della Sibilla. Inizia un lento processo di ellenizzazione del territorio,i nuovi arrivati sono molto più evoluti degli indigeni e degli altri confinanti. L’influenza culturale greca si irradia ben oltre il territorio cumano,si diffondono verso le confinanti aree etrusche laziali e campane gli usi e gli oggetti della civiltà greca,finanche l’alfabeto che con alcune modifiche verrà adottato dagli stessi Etruschi. Ma tutto ciò non bastava ancora. Quella gente, gli Etruschi ,che premeva per avere un posto sul golfo era diventata un’ossessione. Non era possibile mantenere per lungo tempo quel precario equilibrio tra le due civiltà. I Cumani dovevano controllare l’intero golfo. E dovevano fare presto.Dovevano consolidare le loro posizioni prima dello scontro finale che di certo sarebbe avvenuto,prima o poi. Siamo nel VII sec.a.C., i Cumani armano nuovamente le navi,scendono verso Sud costeggiando la terraferma. Accese furono le discussioni tra loro,frequenti i litigi. Cosa fare ora,dove andare nel golfo?  Seguono una volta ancora le loro leggende. Doveva esserci,dicevano,un posto simile a Cuma,un posto già toccato da antichi viaggiatori preellenici,alcuni dicevano Teleboi,altri Rodii. Ma è passato tanto tempo,secoli,cosa avrebbero trovato? Chi avrebbero trovato? Molti furono preda della paura ancora una volta, ancora una volta si fecero i nomi di mostri e leggende. Ancora una volta Ulisse e le Sirene.Ancora una volta i massi scagliati in mare dai Ciclopi. Ma come sempre vinsero le loro paure e sbarcarono ancora. Videro una piccola isoletta,vi approdarono,la chiamarono Megara, isola grande. A poche centinaia di metri,sulla terraferma,un colle,sembrava la loro rupe. Sui suoi fianchi si aprivano caverne rivolte tutte verso Levante,verso il mare dove sorge il Sole in Estate. Era un indizio. Salirono in molti,si arrampicarono fino a trovare un pianoro di tufo quasi alla sommità del colle.Ora un antro,una grotta rivolta anch’essa a levante. Si guardarono in viso,il cuore batteva forte nel petto,le mani serrate sull’elsa delle spade.Paura ancora paura. Entrano. Gli occhi abbagliati dal Sole non vedono niente.Solo ansimi,respiro affannoso. Poi le tenebre si schiariscono,urla di gioa,pianti,cadono in ginocchio. Davanti a loro un raggio di luce illumina un antichissimo simulacro,poche rozze mura e un tetto di paglia. Era Afrodite Euplea la protettrice dei naviganti. Gli dei erano con loro.Le leggende dei padri erano verità. Era la mitica Partenope dei Rodii e dei Teleboi che loro stavano rifondando. Afrodite Euplea lascia a noi il suo ricordo nel nome del monte che oggi si chiama Echia.

Quella notte non dormirono.Sentirono il calore del Sole che ancora infiammava il loro viso,gli odori,i colori. Sentirono battiti d’ali e fremiti di corpi,urla di gioia e pianti disperati.

Era il canto della Sirena e loro non avevano né tappi di cera nelle orecchie né corde che li legavano.

Enzo Di Paoli

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