Santi porci ed eroi fiammeggianti

 

Sant'Antonio abate

Sant’Antonio abate

Antonio e Prometeo, il santo egizio e l’eroe greco, la sfida contro i demoni e contro gli dei dell’Olimpo. L’anacoreta che vince ogni tentazione, l’artigiano che dalla creta forgia e crea l’uomo. Un elemento in comune, il fuoco. Fuoco che dà la vita, fuoco che uccide, fuoco che libera, fuoco che purifica.  Prometeo ruba il fuoco agli dei per donarlo agli uomini, nascondendone una scintilla nel cavo di un rametto di sambuco. Antonio bussa ma invano alle porte dell’Inferno per procurarsi anch’egli il prezioso elemento e portarlo sulla terra. Zeus punirà l’atto sacrilego di Prometeo incatenandolo ad una rupe del Caucaso. Un’aquila avrebbe dovuto divorarne il fegato in eterno. L’astuto eremita richiamato nell’antro demoniaco, per recuperare il fedele maialino sgusciatovi dentro, prima di andar via si sarebbe premurato di far prendere fuoco all’estremità del suo bastone a forma di Tau. Eracle libererà Prometeo. Antonio diverrà santo. Il Santo protettore dei grossi animali domestici, dei macellai, dei salumieri, ma anche dei canestrai giacchè si racconta che egli, per ingannare il tempo durante il suo eremitaggio nel deserto della Tebaide, intrecciasse panieri. La sua festa ricorre il 17 di gennaio, dà inizio al Carnevale napoletano e un tempo aveva il suo epicentro nell’omonimo Borgo di Sant’Antonio Abate, nei pressi di Piazza Carlo III. Quivi venivano condotti maiali, bovini, muli, cavalli ed altri animali agghindati con nastri e benedetti con l’acqua santa per essere protetti da fratture alle ossa e da epidemie. Dopo l’aspersione gli animali compivano per tre volte il giro della Chiesa e venivano addobbati con taralli e collane di nocciole e castagne, ma anche con collari realizzati con pezzetti di stoffa rossa, a simboleggiare il fuoco, e campanelli. In passato quando una scrofa partoriva, uno dei maialini veniva  donato al Santo e dopo essere stato marchiato ad un orecchio veniva lasciato libero per le strade a razzolare e a mangiare quanto gli venisse offerto dai passanti. Trascorso un anno, il convento avrebbe venduto poi gli animali ai macellai che ne avessero fatto richiesta. Ed ecco spiegata una delle iconologie, quella del porcellino, legate al Santo che protegge anche dal fuoco. La dolorosa affezione cutanea, che infiamma pelle e nervi, porta infatti il suo nome. E proprio ai frati dell’omonimo convento i fedeli si rivolgevano per trovare sollievo dalla malattia utilizzando uno speciale unguento ricavato dal lardo del maialino consacrato al santo. Secondo un’antica tradizione contadina, per purificare il terreno dalle scorie dell’anno precedente e propiziare un fecondo raccolto per quello successivo, ancora oggi in molti paesi italiani e esteri continuano ad essere accesi immensi roghi detti “focaroni”. E sempre per essere liberati da molti malanni e dal fuoco si teneva a Napoli una processione ad opera di taluni vecchietti, che facevano da questuanti, chiamati “sant’Antuone”. Con indosso un saio bianco, un bastone, un campanello di ottone tra le mani, legato in vita mediante uno spago, raccoglievano le elemosine per il Santo che venivano consegnate ai superiori del convento. Ma un episodio ancor più singolare, riportato da Benedetto Croce, accadde nel gennaio del 1799 in seguito all’ingresso delle truppe francesi a Napoli. Il popolo aveva chiesto a San Gennaro la grazia di veder salvato il proprio re e di poter scampare all’imminente pericolo. Non essendo stato esaudito, durante una processione della statua del Santo in Via del Lavinaio, tacciò il santo patrono di giacobinismo, detronizzandolo da massimo protettore della città, a vantaggio di Sant’Antonio Abate. Divina potenza.

Laura Piccolo

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